Tassa sulla carne? Ideologia e propaganda che i dati smentiscono

Come ogni anno, anche nel 2018 doveva verificarsi almeno un vigoroso attacco ai danni della carne, in particolare della carne rossa, e come ogni anno la notizie viene rimbalzata in lungo e in largo ma non discussa, sviscerata e criticata. Per cui vediamo di occuparcene.

Buongiorno a tutti. Siccome l’isteria sul cambiamento climatico è nell’aria in vista di un summit internazionale nella vicina Polonia, durante il quale esperti non meglio identificati si riuniranno per dirci cosa dobbiamo pensare, magari affidando il messaggio alle parole di un qualche personaggio famoso così che sembri più accattivante, iniziamo quest’oggi con una piccola curiosità a riguardo: uno dei lavori più citati per denunciare il supposto impatto tragico del settore dell’allevamento sull’ambiente, Livestock Long Shadow, è stato a tal punto criticato per la selettività e l’elaborazione dei dati che gli autori e le stesse Nazioni Unite (il committente originario) hanno dovuto fare un passo indietro e ritrattare le “conclusioni” in quanto insostenibili. Quale il problema? L’affermazione secondo cui le emissioni della produzione di carne sarebbero superiori all’intero settore dei trasporti era basata sul confronto tra una stima delle emissioni dell’intero ciclo di produzione della carne e quelle del carburante usato dai veicoli. Ripetiamo, i soli scarichi contro un intero ciclo di produzione. Qualcuno potrebbe pensare che mi sto inventando tutto solo perché mi piace la bistecca di maiale, per cui cito da uno dei vari articoli in proposito:


I numeri della carne sono stati ottenuti sommando tutte le emissioni di GHG (greenhouse gases “gas aeffetto serra” n.d.r.) associate alla sua produzione, inclusi la produzione di fertilizzanti, la lavorazione dei terreni, le emissioni di metano e l’uso dei veicoli nelle fattorie, mentre per i numeri dei trasporti è stato calcolato solo l’uso di combustibili fossili.

Pierre Gerber, uno dei responsabili delle politiche della Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, ha detto alla BBC che accetta le critiche del Dr Mitloehner. “Devo dire onestamente che solleva una buona osservazione: abbiamo sommato tutto quello che riguarda le emissioni delle carne, ma non abbiamo fatto lo stesso con i trasporti.”

qui la fonte

E questo per quanto riguarda uno dei lavori più noti in ambito di cibo e ambiente. In realtà, a livello sia globale sia locale la situazione è molto diversa e niente affatto tragica, ma lo vedremo meglio tra poco. La cosa importante, ora, è la seguente: qualcuno diceva che a pensar male si fa peccato ma si coglie nel segno, e se consideriamo che negli Stati Uniti sono disponibili dati sulle emissioni di GHG dalla fine degli anni ’90, e che questi dati riportano che agricoltura e allevamento si attestano intorno al 10% del totale mentre i trasporti, o la produzione di energia elettrica, arrivano al e superano il 20%, viene da chiedersi come sia possibile che gli autori del Livestock Long Shadow si siano sbagliati, come sia possibile che abbiano ignorato questi numeri e non abbiano confrontato i propri risultati con quelli già esistenti. Personalmente non sono convinto che sia stato in buona fede.

Sebbene le conclusioni siano ovviamente completamente squalificate dall’errore commesso, anche una ricerca su Google non produce il numero di risultati che ci si aspetterebbe per una notizia simile, ergo: quando si trattava di spingere a modificare le proprie scelte alimentari, tanta pubblicità; quando si trattava invece di lasciare a ciascuno la libertà di decidere, poca pubblicità. Ognuno può avere la propria opinione a riguardo, e tuttavia, avviene regolarmente che questo genere di lavori contengano qualche grossa imperfezione, e nonostante ciò vengano comunque sensazionalizzati, e quando poi si scopre che danno una rappresentazione parziale o distorta della realtà il fatto non venga pubblicizzato allo stesso modo. La mia, di opinione, è che si tratti di propaganda ideologica e di veri e propri attacchi a una categoria di alimenti, dunque anche ai produttori e consumatori, e siccome la parola “propaganda” è definita come:

l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni

qui la pagina wiki con citazione e fonte

lavori come il Livestock Long Shadow vi rientrano perfettamente. Il tentativo più recente di colpevolizzare la carne viene da Oxford, luogo che si è già segnalato per alcuni studi in materia di scelta dei cibi, in particolare uno in cui si dimostra che non esistono differenze in termini di salute tra veg(etari)ani e non veg(etari)ani e uno da cui si evince che l’unica argomentazione plausibile per sostenere la bontà della scelta vegana è guardare selettivamente alle emissioni di GHG e a nient’altro. Quest’anno è stato pubblicato un lavoro, citato tra gli altri dal The Guardian, il cui autore principale, tale Marco Springmann, sostiene che una tassa su prodotti come manzo, agnello e suino sia da mettere in programma per il futuro per:

  1. coprire i costi della sanità dovuti ai “danni che causano alla salute delle persone”,
  2. mitigare il cambiamento climatico scoraggiando l’acquisto dei prodotti che causano “danni ambientali” particolarmente gravi.

Incidentalmente, come per i due studi linkati poco sopra, uno degli autori è vegano (in questo caso proprio Springmann) e non propone semplicemente la riduzione del consumo di carne, bensì sostiene da anni che:

Una transizione globale all’alimentazione vegana è vitale per salvare il mondo dalla fame.

qui la fonte

Il suo orientamento ideologico potrebbe pure essere una coincidenza (personalmente non credo), il fatto peculiare è che per qualunque argomentazione portata avanti dal fronte anti-carne (come quelle qui sopra) ne esiste una in senso uguale e contrario, con la differenza che non se ne fa essenzialmente mai menzione. Prendiamo come esempio il punto appena citato: l’argomentazione veg verte essenzialmente intorno ai seguenti assunti:

  1. il bestiame occupa ampie porzioni di terreno che potrebbero essere invece dedicate alla coltivazione,
  2. il bestiame viene nutrito con cibo che potremmo consumare noi esseri umani, ad es. cereali, soia,
  3. l’allevamento hanno un rapporto sfavorevole tra energia consumata dagli animali sotto forma di cibo ed energia procurata dagli animali agli esseri umani sotto forma di prodotti diretti o derivati.

Questo è quanto sostenuto, e questo è quanto viene regolarmente ripetuto. Peccato che non sia vero. E peccato che non se ne parli. Alcuni mesi fa ho raccontato di uno studio in merito, condotto dalla FAO che ha pubblicato un articolo in merito sul proprio sito, di cui riassumo i punti essenziali:

Il bestiame migliora la produttività agricola grazie alla produzione di deiezioni e alla prevenzione della siccità dei terreni.

Lo studio ha determinato che l’86% di ciò che viene consumato dal bestiame non è adatto al consumo umano, e se i residui di cereali e i sottoprodotti non venissero mangiati dagli animali diventerebbero rapidamente un fardello per l’ambiente, dato che la popolazione umana cresce e consuma sempre più cibi industriali.

Alcuni studi precedenti, spesso citati, stabiliscono che il consumo di cereali necessario per 1kg di manzo si colloca tra 6kg e 20kg, mentre, contrariamente a tali stime elevate, questo studio stima che a livello globale occorrano in media solo 3kg di cereali per 1 kg di carne. Vengono inoltre mostrate differenze importanti tra i sistemi di produzione e le specie, ad esempio, siccome gli animali si nutrono principalmente di erba e razioni occorrono solo 0,6kg di proteine da fonti commestibili per produrre 1kg di proteine in latte e carne, di qualità nutrizionale superiore. In questo modo il bestiame contribuisce direttamente alla sicurezza alimentare globale.
Lo studio ha anche guardato al tipo di terreno utilizzato per produrre il cibo per il bestiame, e i risultati mostrano che dei 2,5 miliardi di acri necessari, il 77% è costituito da pascoli che non sarebbe possibile convertire in terreni agricoli, ed è dunque possibile usarli solamente per tenervi animali.

qui l’articolo originale sul sito della FAO

Come fa notare Anne Mottett del Livestock Development Office alla FAO:


Mi sono accorta che la gente viene continuamente esposta a informazioni scorrette sull’allevamento e l’ambiente, ripetute senza che vengano contestate, particolarmente per quanto riguarda il cibo del bestiame, […] Attualmente non esiste una banca dati internazionale ufficiale e completa su ciò che mangia il bestiame.

Parole chiave: “informazioni scorrette, ripetute senza che vengano contestate”, è esattamente ciò che succede quando persone come il signor Springmann aprono bocca per dirci cosa dovremmo mettere nel piatto. La stessa FAO, che per anni ha cavalcato il carrozzone anti-carne, pro-veg, ha dovuto ammettere che i numeri sono tutti sbagliati, eppure cercando informazioni in proposito su Google, sia in italiano sia in inglese, i risultati sono pochissimi. Sembra quasi che manchi l’interesse a far sapere queste cose. All’opposto, cercando “Livestock Long Shadow” i risultati sono mille volte tanti, e nelle prime due pagine sono solo due quelli che raccontano dell’errore spiegato sopra.

Se passiamo a considerare gli altri due punti portati avanti dalla propaganda, le cose non vanno affatto meglio. Partiamo dal secondo, ovvero, i prodotti animali, e la carne in modo particolare, sarebbero implicati strettamente con il cambiamento climatico a causa delle emissioni di metano (le famose scoregge delle mucche) e di ossido nitrico (prodotto durante attività industriali o agricole, o per la combustione di carburanti fossili). Di nuovo, le cose non stanno esattamente in questo modo, poiché, se è vero che i prodotti animali fanno registrare numeri piuttosto alti per i GHG, le stime 2016 della Environmental Protection Agency (USA) ci dicono che il settore economico agricoltura+allevamento arriva appena al 9% delle emissioni del paese, di contro al 28% per il settore dei trasporti, al 28% per le produzione di energia elettrica, al 22% per l’industria, addirittura all’11% per usi commerciali e residenziali (ad es. riscaldamento); inoltre, il riassorbimento di CO2 nell’atmosfera a carico dei terreni è pari all’11%, e siccome i terreni le aree a pascolo quel 9% va ulteriormente ridotto.

D’altronde, a questo punto si potrebbe obiettare che lo scenario valga solo per gli Stati Uniti, e non per il resto del mondo, dato non che viene utilizzata la stessa tecnologia ovunque, ma le stime EPA includono anche il seguente scenario per il pianeta intero:

  • produzione di elettricità e calore, 25% delle emissioni;
  • industria, 21%;
  • agricoltura, allevamento, altri utilizzi dei terreni, 24%, ma dobbiamo includere una riduzione pari a circa il 20% dovuto al citato riassorbimento della CO2 nell’atmosfera e arriviamo perciò al 4%;
  • trasporti, 14%;
  • edifici, 6%;
  • altro, 10%.

In pratica, nulla fa pensare che le emissioni dell’allevamento siano un problema su scala mondiale, e anzi vediamo che con l’aiuto della tecnologia e una gestione responsabile dei terreni e degli animali esse si attestano a un livello del tutto trascurabile. Credo però valga la pena far notare un dettaglio, ovvero, le stime EPA trattano assieme agricoltura e allevamento, ma sappiamo che la prima è responsabile principalmente per quanto riguarda l’ossido nitrico (N2O), il secondo per il metano (CH4). Entrambi fanno registrare effetti superiori alla CO2, nello specifico, l’N2O di circa 300 volte, il CH4 invece 25. L’N2O è dunque 12 volte più potente del CH4, e permane nell’atmosfera in media 114 anni. Ebbene, l’allevamento si può praticare riducendo al minimo l’utilizzo di macchinari industriali e agricoli, l’agricoltura no. Contrariamente a quanto ci hanno raccontato finora e ci continuano a raccontare, il sotto-settore meno inquinante e più promettente in termini di riduzione dell’impatto ambientale è quello degli animali, non quello delle piante. Nonostante questi dati siano a disposizione di chiunque, normalmente non se ne fa menzione e si preferisce citare numeri vecchi e mal raccolti, che danno un’immagine dei fatti non solo incompleta, effettivamente tendenziosa. E si propone di tassare alcuni cibi “cattivi”. Un giorno avanzeranno l’idea di proibirli del tutto, e come sempre sarà basata su ragioni del tutto ideologiche.

Che dire, poi, dell’altro assunto secondo cui i cibi di origine animale, e la carne rossa in particolare, sarebbero dannosi per la salute? Secondo qualche assurda “guida” alimentare si dovrebbe limitarne il consumo tra 3 e 5 volte la settimana, il che non ha il minimo senso se pensiamo che per larga parte della storia umana la caccia ha costituito il principale mezzo di sostentamento nelle stagioni autunnale e invernale, quando frutta, tuberi e radici scarseggiano, e inoltre un singolo animale di grossa taglia fornisce più sostentamento di qualsiasi pianta.[1]Questo genere di evidenze evolutive dovrebbe essere sufficiente a sfatare qualunque teoria sulla pericolosità della pancetta, se però non bastassero possiamo guardare a come si alimentano alcuni gruppi umani che vivono ancora in condizioni tribali, ovvero senza studi scientifici e autorità mediche a dettarne le scelte, solo la sapienza tradizionale, e provare a trarne qualche lezione; in particolare, in tempi recenti è venuta all’attenzione di alcuni ricercatori la tribù degli Tsimané, indigeni della Bolivia i quali, come riporta un lavoro dello scorso anno:

[…] conducono una vita di sussistenza basata su caccia, raccolta, pesca e agricoltura, e mostrano pochi fattori di rischio cardiovascolare nonostante un elevato carico infiammatorio.

Tra il 2 luglio 2014 e il 10 settembre 2015 sono stati inclusi in questo studio 705 individui di cui erano disponibili i dati per l’analisi. Dei 705 Tsimané, 596 (85%) avevano un punteggio pari a 0 nel CAC, 89 (13%) un punteggio di 1-100, e 20 (3%) un punteggio superiore a 100. […] obesità, ipertensione e glicemia alta erano rare, così come i fumatori regolari.

qui la fonte

La sigla CAC si riferisce al Coronary CT Calcium Scan, una misura dei depositi di calcio nelle arterie coronarie che normalmente viene considerata rappresentativa della severità di rischi cardiovascolari, con CAC > 100 indicativo di gravi problemi aterosclerotici. Nel campione della popolazione Tsimané l’85% degli individui non presentava la minima calcificazione, inoltre, “obesità, ipertensione e glicemia alta erano rare”, ed è significativo poiché da un lato tutti questi problemi vengono in qualche modo correlati dalla “scienza” ufficiale al consumo “eccessivo” di cibi animali, qualunque sia la non meglio chiarita soglia dell’eccesso, dall’altro una popolazione che include regolarmente tali cibi nella propria alimentazione si dimostra incredibilmente sana (“[gli Tsimané] riportano i livelli più bassi di problemi coronarici di qualunque popolazione attualmente nota”). L’affermazione che correlazione non equivale a causa-effetto si dimostra dunque nuovamente vera, e verosimilmente le ragioni sottostanti ai problemi di salute devono essere ricercate non nel singolo alimento quanto in una combinazione di fattori che include, ad es., lo stile di vita:

Gli Tsimané trascorrono meno del 10% delle ore diurne in attività sedentarie, mentre per le popolazioni industriali il numero sale al 54% delle ore di veglia.

Ma se ancora non bastasse ciò che possiamo desumere da questa popolazione indigena, onnivora e sana nonostante la mancanza di “professionisti” dell’alimentazione e della medicina, abbiamo ormai a disposizione anche una generosa quantità di studi scientifici in cui sono stati messi a confronto veg(etari)ani e non veg(etari)ani e rispettive condizioni di salute, e ancora una volta la tesi della pericolosità dei prodotti animali non regge. Di alcuni lavori ho già parlato su queste pagine, ad esempio, l’EPIC-Oxford 2009 già ricordato all’inizio nel quale non sono state rilevate differenze in termini di salute complessiva, e i due gruppi sono piuttosto soggetti a problemi differenti (ad es. non-veg cancro allo stomaco; veg cancro del pancreas). Altri esempi includono:

  • in un campione rappresentativo della popolazione australiana di 45 anni o più non compaiono differenze significative nella mortalità in generale, ovvero escludere la carne non ha “effetti protettivi indipendenti”;
  • più vicino a noi, in Austria, un campione rappresentativo della popolazione non solo rivela, ancora una volta, l’assenza di effetti protettivi dell’alimentazione veg ma addirittura:

I nostri risultati mostrano che la dieta vegetariana è correlata a una massa corporea e un consumo di alcol inferiori; mostrano inoltre che essa è associata a condizioni di salute peggiori (maggiori incidenze di cancro, allergie e problemi mentali), a un maggior bisogno di cure mediche e a una qualità della vita inferiore.

Naturalmente è possibile avanzare l’obiezione che chi segue l’alimentazione veg ha avuto problemi di salute e cerca di curarli anche attraverso il cibo, e tuttavia a ciò si risponde che se tale scelta fosse così benefica come si dice le differenze dovrebbero essere molto minori di quanto rilevato (i numeri rilevanti si trovano riportati nell’articolo), e inoltre, il 40% del campione veg ha 30 anni o meno, il 69% ha uno status socio-economico medio o elevato, e da altri lavori è noto come entrambi questi parametri siano di norma correlati a buone condizioni di salute. Trovarsi di fronte un rovesciamento delle aspettative è quindi estremamente significativo, ma continuiamo:

  • uno studio fresco di quest’anno condotto su un campione di 136.384 persone da 21 paesi diversi non ha rilevato associazioni significative tra il consumo di latte, yogurt o formaggio e infarto del miocardio, e ha invece rilevato un’associazione inversa tra il consumo di latte o yogurt e la mortalità o eventi cardiovascolari gravi;
  • riguardo alle uova, infine, ampiamente demonizzate a causa del contenuto di colesterolo, abbiamo a disposizione uno studio recente (2016) il cui obiettivo era investigare l’associazione del consumo di colesterolo e uova con il rischio di problemi coronarici in finlandesi anziani o di mezza età, e i cui risultati dicono che:

Il consumo di uova o colesterolo non è associato al rischio di problemi delle arterie coronarie.

E vogliamo poi non ricordare l’esistenza di altri dati relativi al colesterolo che contraddicono i dogmi decennali? Di norma ci raccontano che negli esami del sangue il livello totale di questo nutriente dovrebbe rimanere sotto i 200mg/dL, ma in un campione rappresentativo della popolazione norvegese esso è inversamente correlato al rischio complessivo di morte in entrambi i sessi fino a oltre 270mg/dL, inversamente correlato al rischio di morte da ischemia nelle donne fino a oltre 270mg/dL e negli uomini fino circa a 212mg/dL, inversamente correlato al rischio di morte da problemi cardiovascolari nelle donne fino a oltre 270mg/dL e negli uomini fino circa a 250mg/dL. Dato il terrorismo mediatico che impazza da decenni sembra di trovarsi davanti a una specie di eresia moderna, ma considerando che tale nutriente è in realtà fondamentale per gli esseri umani (ad es. come  costituente “insostituibile” delle membrane cellulari) tanto che meno ne introduciamo con i cibi, più ne produciamo autonomamente (e viceversa), viene da chiedersi cosa ci sia di tanto sorprendente. Per inciso, esso è assente nei cibi vegetali, il che solleva dei dubbi sulla bontà della scelta vegana.

Un momento però, non era uscito un comunicato ufficiale dell’OMS secondo cui la carne rossa è cancerogena quanto il fumo di sigaretta? In effetti sì, nel 2015 per essere precisi, e tuttavia la validità di tale documento è a dir poco risibile: come hanno sottolineato in molti, essenzialmente si tratta di una meta-analisi sugli effetti della carne rossa e di quella processata, ovvero due alimenti molto diversi tra loro, e i risultati negativi trovati solo per la seconda sono stati generalizzati anche alla prima, inoltre, sono state privilegiate le fonti che potevano supportare la conclusione ed escluse alcune non in linea con essa. Non una buona pubblicità per la credibilità dell’organizzazione. Il discorso è lungo e complesso e le persone che ne hanno parlato sono tante, per cui qui mi limito a citare le osservazioni di Georgia Ede:

L’OMS ha preso in considerazione oltre 800 studi su carne e cancro, ne hanno messi da parte quasi 750 per ragioni poco chiare, e poi, queste sono le poche decine di studi che hanno usato per supportare le loro conclusioni secondo cui la carne causa il cancro: 29 studi sulla carne rossa e il cancro del colon-retto, 15 dei quali riportano che la carne non ha effetto o ha effetti positivi, 14 riportano un’associazione negativa, perciò già qui sembra esserci un certo pregiudizio, chi direbbe che si tratta di evidenze epidemiologiche conclusive contro la carne rossa? Io no, io direi “non lo sappiamo”. Per quanto riguarda il cancro del colon-retto e la carne processata l’ago della bilancia è più spostato contro la carne (9 vs 27 n.d.r.), ma si tratta di dati epidemiologici, e dunque solo un singolo percorso d’investigazione.

qui la presentazione intera, 5:40 – 6:55

Per non parlare di quanto è stata esagerata la portata dei numeri: stando al comunicato il rischio relativo associato alla carne rossa è pari al 18%, mentre è di 1.000-3.000% per il fumo di sigaretta. Che le due cose siano state messe sullo stesso piano è sconcertante. E se non bastassero le evidenze epidemiologiche, nella sua presentazione la dottoressa Ede ricorda come nel  primo studio citato dall’OMS si dice:

In contrasto strabiliante con gli studi epidemiologici, i lavori sperimentali non supportano l’ipotesi che la carne rossa aumenti i rischi di cancro del colon-retto. Tra i 12 studi presenti nella letteratura scientifica, nessuno ha dimostrato uno specifico effetto promotore a carico della carne rossa.

Incidentalmente, lo studio da cui è tratta la citazione qui sopra è stato incluso nel comunicato OMS ma i 12 cui si riferisce invece no, ovvero quelli che negano gli effetti cancerogeni specificamente a carico della carne rossa. Nemmeno una meta-analisi di tale portata ha potuto trovare nulla, in pratica, se non forse limitatamente alla carne definita “processata”, ovvero tipicamente quella conservata, ma allora non il problema non è il cibo in sé quanto i metodi di conservazione. Allora non si dovrebbe raccontare dei “danni che causano alla salute delle persone” senza operare le distinzioni del caso, non si dovrebbe proporre di tassare il cibo limitando così la libertà di scelta del singolo. Eppure per qualche motivo succede comunque.

Riassumendo, i tre argomenti con cui da diversi anni un fronte compatto e ideologico attacca la carne sono:

  1. morale,
  2. salutistico,
  3. ambientale.

La morale è una questione inerentemente soggettiva, e dunque non pertinente al lavoro di Springmann&C. (anche se sono convinto che costituisca il principio fondante del suo operato).

Per quanto riguarda il secondo, abbiamo visto che l’idea secondo cui la scienza sosterrebbe la salubrità della dieta veg(etari)ana fa acqua da tutte le parti: i dati ricavabili da studi epidemiologici, ovvero quelli utilizzati per rilevare tendenze, appaiono non unanimemente favorevoli, anzi, alcuni nettamente sfavorevoli, e se non emerge una tendenza chiara evidentemente il problema non si pone. Confermano il quadro i dati degli studi sperimentali assieme alla storia dei nostri antenati e alle popolazioni che seguono la propria alimentazione tradizionale onnivora senza gli schifosi cibi processati e il pigro stile di vita occidentali.

Per finire, il terzo punto è stato sospinto per 10 anni utilizzando dati falsati e anche questo fa buchi da ogni parte, è smentito sia da stime di organizzazioni nazionali (EPA americana) sia internazionali, addirittura la FAO, nonostante abbia Agriculture nel nome e si sia spesso pronunciata a favore della riduzione del consumo di carne, ha finalmente dovuto ammettere che la gente “viene continuamente esposta a informazioni scorrette sull’allevamento e l’ambiente, ripetute senza che vengano contestate”. L’avevo citato sopra ma come si suol dire repetita iuvant. Alla luce di tutto ciò, non è fuori luogo sospettare che l’idea di una tassa sulla carne in quanto cibo “pericoloso” e “inquinante” costituisca solo l’ultimo atto di un’incessante propaganda ideologica, e benché sia sempre delicato trattare di cose simili in Italia dato che non abbiamo forme di protezione alla libertà di espressione come è invece negli Stati Uniti, più informazioni raccolgo più sono dell’opinione che tra i proponenti la scelta veg(etari)ana ve ne siano alcuni genuinamente preoccupati per la salute delle persone, il benessere animale o l’ambiente, altri invece i quali partono da una posizione ideologica e vogliono imporla al prossimo con ogni mezzo. E potrei sbagliarmi ma ho la netta impressione che la probabilità dell’appartenenza a questo secondo gruppo sia direttamente proporzionale all’esclusione dei cibi animali dalla propria alimentazione.

[l’Umano]



Se avete trovato interessante questo articoletto, seguitemi anche su twittergoogle+ e facebook



[1] In generale, la preferenza dei cacciatori andava a erbivori come uro e bisonte che, benché non meno pericolosi [dei carnivori n.d.r.], fornivano sia ingenti riserve di carne (oltre i 4 quintali per esemplare) sia pellicce.

da Storia e cultura della caccia, P. Galloni, ed. Gius. Laterza & Figli 2000; si noti che, facendo un rapido calcolo, 4 quintali di carne piuttosto magra, diciamo al 5% di materia grassa, forniscono c.a. 20kg di grasso ovvero 18.000kcal e 80kg di proteine ovvero 32.000kcal, per un totale di 50.000kcal, ergo un solo animale poteva sfamare 15-25 persone per un giorno intero. Non esistono esempi di alimenti altrettanto fruttuosi in termini energetici e disponibili tutto l’anno nel regno vegetale.
Annunci

Un pensiero su “Tassa sulla carne? Ideologia e propaganda che i dati smentiscono

  1. Articolo puntuale, ben scritto, mi riserverò di sbatterlo in faccia al vegano di turno quando sentirò le solite cazzate. Tra l’altro discutere della carne e dell’allevamento solo in termini proteici e/o calorici è sbagliato oltremodo: l’allevamento è una fonte ANCHE di materiali secondari come cuoio, pellame, zoccoli, ossa, siero fetale e così via. Difficile sostituire tutti questi prodotti organici con qualcosa di non sintetico che riesca ad eguagliarne gli utilizzi senza pesare di più sull’ambiente. Grazie.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...