Dogmi vs evidenze: nuovo studio rovescia gli assunti sulla pericolosità dei latticini, come reagisce la “scienza” ufficiale?

Buongiorno a tutti. Chiunque non abbia vissuto con la testa sotto la sabbia negli ultimi 5 o 6 decenni ha sicuramente sentito ripetere ad nauseam una serie di aneddoti medico-salutistici, su alcuni dei quali sono stati costruiti dei veri e propri imperi commerciali. Uno tra i più gettonati (e molesti) è sicuramente “attenti ai cibi ricchi di grassi che vi uccidono, soprattutto quelli saturi”, declinato in varie forme e colori (calate questo, alzate quello, sostituite questo con quell’altro, mantenetevi sotto un tot percento, anzi no ci eravamo sbagliati è il tot+5 percento…). Ora, in realtà i pregiudizi non sono così fondati come si crede, ma questa è un’altra storia. L’argomento di quest’oggi è diverso, e duplice: la questione dei latticini e l’atteggiamento di buona parte della comunità medico-nutrizionale nei confronti dei dati contrari alle aspettative.

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non fissatelo più del 10% dei minuti di una giornata o vi viene un attacco di cuore

Tanto per cominciare, i latticini: dato che essenzialmente tutti o quasi i prodotti in questa categoria contengono sia colesterolo sia una qualche porzione di grassi, e dato che in gran parte questi ultimi appartengono alla tipologia dei grassi saturi, tutta o quasi la categoria viene tradizionalmente associata a una serie di problemi di salute, in particolare circolatori. Tutto ciò nasce, per farla breve, da studi risalenti agli anni ’50 del ‘900, il cui nome più in vista è probabilmente quello di Ancel Keys. Secondo quanto teorizzato all’epoca per spiegare come mai la mortalità da problemi circolatori fosse endemica in America ma non in altre parti del mondo come i paesi del Mediterraneo,  il consumo dei grassi saturi e del colesterolo con l’alimentazione sarebbero causa diretta di un innalzamento del colesterolo in circolazione, il quale formerebbe dei “tappi” nei vasi sanguigni con tutte le conseguenze spiacevoli del caso. Apparentemente, a poco è valso il fatto che lo stesso Keys abbia ammesso l’invalidità di parte delle proprie ipotesi, e non l’altro ieri, bensì ormai 30 anni fa:

Il colesterolo alimentare ha conseguenze importanti sui livelli sanguigni di pollame e conigli, ma diversi esperimenti controllati ne hanno mostrato gli effetti limitati negli esseri umani. Aggiungere del colesterolo a un’alimentazione che ne sia priva innalza i livelli nel sangue per le persone, quando però viene aggiunto a un’alimentazione libera gli effetti risultano minimi.[1]

Correva l’anno 1991 quando scrisse quanto sopra in una lettera indirizzata al New England Journal of Medicine. D’accordo, questo può bastare per la questione colesterolo, e però, i grassi saturi? Ebbene, Keys rimase convinto della loro pericolosità, come suggerisce un’altra riga dalla stessa lettera:

[…] gli insegnamenti nutrizionali, un’area nella quale occorre enfatizzare (il ruolo de)gli acidi grassi saturi.

Le cose non sono però così pacifiche, siccome negli anni si sono succeduti numerosi lavori e se alcuni, benché in genere debolmente, paiono sostenere l’ipotesi tradizionale, altri vanno in direzione contraria. Un paio di esempi per entrambe le posizioni:

  • per la prima, riduzione dei livelli di colesterolo nel sangue sostituendo grassi saturi e/o trans con insaturi; aumento modesto (intorno al 10%) del rischio di CHD associato ai grassi saturi;
  • per la seconda, nessuna associazione tra grassi saturi e CVD o CHD, nessuna associazione tra grassi saturi e problemi cardiaci con associazione inversa grassi saturi-infarto, l’olio di cocco (100% grassi e principalmente saturi) risulta efficace nel migliorare il profilo lipidico negli esseri umani.

Insomma, benché in molti ritengano chiusa la questione le cose stanno molto diversamente, e dunque non è possibile, al momento presente, dare un giudizio netto e definitivo circa il ruolo dei latticini nella nostra alimentazione. Il problema è che da un lato continuano ad arrivare indicazioni diametralmente opposte a quanto comunemente ritenuto vero, dall’altro buona parte delle voci e organizzazioni “autorevoli” e “scientifiche” pare essersi risolta per l’appoggio incondizionato all’idea di Keys&c. e per il rifiuto netto alle evidenze del contrario. Ad esempio, un lavoro recentissimo.

Lo scorso 11 settembre è stato pubblicato su The Lancet uno studio dal titolo “Associazione tra il consumo di latticini e le malattie cardiovascolari e la mortalità in 21 paesi in 5 continenti (PURE): uno studio prospettico coorte”, che segue la tendenza recente a utilizzare dati non di singola provenienza, bensì da svariati paesi diversi, sia nello stesso continente sia sparsi per il mondo. Nonostante alcuni possibili problemi metodologici (uno per tutti: la qualità della registrazione dei dati sarà la stessa tra, poniamo, gli altamente informatizzati Stati Uniti e i villaggi rurali sulle Ande o in Cina?), si tratta di un approccio pionieristico e molto utile a mettere in luce variazioni valide per la specie umana nel complesso. Nel nostro caso, si parla di 136.384 individui, di età compresa tra 35 e 70 anni, seguiti per 9 anni. La variabile osservata è il consumo di latticini, divisi nei tre tipi principali latte, yogurt e formaggio, oltre che nei due sottogruppi intero e a ridotto contenuto di grassi. Gli eventi osservati sono la mortalità e alcuni problemi cardiovascolari gravi (morte per ragioni cardiovascolari, infarto del miocardio non fatale, infarto e insufficienza cardiaca). E dunque, quale immagine emerge, quanta gente hanno ucciso i formaggini assassini?

Ben poca.

Risultati

Tra il 1° gennaio 2003 e il 14 luglio 2018 sono stati registrati 10.567 obiettivi compositi (casi di morte [nr=6.796] o problemi cardiovascolari gravi [nr=5.855]) durante i 9,1 anni di follow-up. Un consumo elevato totale di latticini (>2 porzioni al giorno, di contro al mancato consumo) è associato a un minor rischio di obiettivi compositi (HR 0,84, 95% intervallo di sicurezza 0,75-0,94, p=0,0004), a inferiorei mortalità totale (0,83, 0,72-0,96, p=0,0052), non cardiovascolare (0,86, 0,72-1,02, p=0,046) e cardiovascolare (0,77, 0,58-1,01, p=0,029), a un minor numero di eventi cardiovascolari gravi (0,78, 0,67-0,90, p = 0,0001) e di infarti (0,66, 0,53-0,82, p=0,0003). Non è stata osservata alcuna associazione significativa con casi di infarti del miocardio (HR 0,89, 95% intervallo di sicurezza 0,71-1,11, p=0,163). Un consumo elevato (>1 porzione al giorno vs mancato consumo) di latte (HR 0,90, 95% intervallo di sicurezza 0,82-0,99, p=0,0529) e yogut (0,86, 0,75-0,99, p=0,0051) è associato a un minor rischio di obiettivi compositi, mentre il consumo di formaggio non è associato in maniera significativa a tali obiettivi (0,88, 0,76-1,02, p=0,1399). Il consumo di burro è basso e non è associato in maniera significativa e eventi clinici (HR 1,09, 95% intervallo di sicurezza 0,90-1,33, p=0,4113).

Interpretazione

Il consumo di latticini è associato a un minor rischio di mortalità e di eventi cardiovascolari gravi in un gruppo diversificato e multinazionale.

formaggio-miele-abbinamentoD’accordo, fin qua tutto semplice e molto bello, specialmente per gli amanti del formaggio, abbiamo la conferma che i latticini possono far parte di un’alimentazione sana, che per qualche motivo possono farci bene. L’idea merita di essere indagata ulteriormente, forse il nemico non è il latte, in fondo, forse i problemi circolatori negli Stati Uniti non erano dovuti alla fetta di formaggio ma alla vita più sedentaria, ai due bicchieroni di aranciata iperzuccherata a ogni pasto con conseguente eccesso calorico costante.

Tuttavia le cose raramente sono semplici come appaiono. Una prima obiezione può essere che si tratta di una correlazione, e non di un rapporto causa-effetto, ma ciò è vero per gli studi epidemiologici in toto inclusi quelli sui supposti benefici di frutta e verdura o sulla pericolosità dei grassi saturi, eppure il trattamento non è mai lo stesso: uno sguardo anche rapido ai titoli diffusi dai principali media e organizzazione medico-salutistiche mostra che gli ultimi due argomenti godono di larghi consensi e poco scetticismo, mentre i risultati del nostro studio PURE sono stati accolti complessivamente male ed esaminati al microscopio pur di rigettarli. Uno per tutti, dalla prestigiosa Harvard School of Public Health è arrivato puntuale un articolo critico la cui conclusione ripete un mantra ben noto:

Il messaggio principale relativamente ai consigli nutrizionali non è cambiato: seguite un’alimentazione sana che includa quantità abbondanti di frutta, verdura, cereali integrali, legumi e frutta secca […]

Un momento però, su cosa si fonda questo messaggio? Sulla stessa tipologia di studi epidemiologici! I quali peraltro, come ricordato già 6 anni fa dalla dottoressa Georgia Ede relativamente al consumo di verdura, non dipingono affatto il quadro dei “consigli nutrizionali” comunemente dati per scontati, poiché:

  1. degli studi circa gli effetti della verdura sull’alimentazione e la salute negli esseri umani,  pochi sono realmente affidabili e/o utilizzabili per proporre linee-guida,
  2. non tutti hanno avuto esito positivo,
  3. una gran parte tratta frutta e verdura assieme, impedendo di isolare gli eventuali effetti di uno dei due gruppi,
  4. alcuni includono ulteriori interventi nello stile di vita, o vedono un’associazione tra il maggior consumo di frutta e verdura e il ridotto consumo di carboidrati raffinati, di nuovo confondendo le idee su quale sia la fonte dei benefici.[2]

In definitiva, non è affatto chiaro se si tratti di un cibo salutare o se invece siano alcune persone a volerlo credere a ogni costo perché ormai “si sa che fa bene”. Eppure, il “messaggio principale” resta quello di sempre. Perché? 

Prima della conclusione succitata, nell’articolo si evidenziano i seguenti “problemi metodologici” in quanto fonti di confusione:

  • Dire “carboidrati totali” è una semplificazione eccessiva. Siccome i cibi contenenti carboidrati vanno dalla frutta alla verdura, ai legumi, ai cereali integrali e raffinati, agli zuccheri aggiunti, è importante considerarne sia la quantità sia la qualità, anziché raggrupparli tutti assieme. Diversi tipi di carboidrati hanno effetti diversi sulla salute.

Naturalmente, e lo stesso vale per “grassi totali” o grassi saturi totali” negli studi che suggeriscono di ridurne il consumo, eppure quest’ultima indicazione viene ripetuta pur scarseggiando i dati: oltre al presente PURE e ai 3 menzionati poco sopra, i lavori che non mostrano effetti negativi sono tutt’altro che rari. Nonostante esistano acidi grassi essenziali ma nessun carboidrato essenziale, dovremmo riempire i nostri piatti di “quantità abbondanti di frutta, verdura, cereali integrali, legumi e frutta secca”, dei quali solo quest’ultima presenta un contenuto lipidico accettabile. Apparentemente, non tutti i (macro)nutrienti sono uguali agli occhi della “scienza” ufficiale.

  • Un consumo talmente elevato potrebbe indicare una ‘dieta povera’. La maggior parte dei partecipanti che vivono in paesi poveri vivono quasi esclusivamente di carboidrati, “specialmente da cibi raffinati”. Ad esempio, in Bangladesh gli autori indicano che il riso bianco è il contribuente principale non solo dei di tale gruppo, bensì anche delle proteine e dei grassi. Una ‘dieta povera’, comune in zone rurale, è anche tipicamente alta in sodio e scarsa in prodotti animali e olii vegetali. In tale situazione diventa estremamente difficoltoso, quando non impossibile, separare gli effetti dall’alimentazione dalla povertà e dalla malnutrizione.

Vero, un consumo elevato di carboidrati può suggerire un ruolo importante di alimenti quali il riso, o la pasta o il pane, il che a sua volta può suggerire una “dieta povera” in cui mancano cibi più nutrienti, da altri gruppi alimentari. Allo stesso modo, il consumo elevato di carne, specialmente se conservata o comunque sottoposta a processi industriali, negli studi che la indiziano come nociva per la salute può indicare uno stile di vita complessivamente negativo. La differenza? In questo caso non ci troviamo di fronte a un suggerimento, bensì a un fatto, poiché quando si controlla l’impatto di altre variabili che costituiscono noti rischi per la salute (fumo, sovrappeso, troppo alcol ecc) la supposta maggiore salubrità e/o longevità dei veg(etari)ani si volatilizza. Cito ancora una volta (ulteriori dettagli qui):

  • morti per cancri maligni abbiamo un 70% (non veg) contro un 69% (veg), con un colossale 1% di differenza,
  • cancro allo stomaco: 46% vs 22%, cancro del pancreas 70% vs 85%,
  • malattie endocrine, 32% vs 47%,
  • ischemie cardiache 45% vs 41% MA malattie cerebrovascolari 49% vs 57%.

Apparentemente, i fattori di confusione hanno un peso solamente nel caso in cui i risultati confliggono con la verità ufficiale.

  • Valutazione e analisi incomplete dei tipi di grassi. Diversamente dai carboidrati, lo studio separa il consumo totale dei grassi in saturi, monoinsaturi e polinsaturi. Come riconosciuto dagli autori, manca una valutazione del consumo di grassi trans (particolarmente alta nel sud-est asiatico), i quale potrebbero aver confuso l’associazione per altri tipi di grassi. Lo studio PURE mostra che sostituire i grassi saturi con i carboidrati non abbassa il rischio di mortalità, mentre è il caso quando si sostituiscono i grassi polinsaturi con i carboidrati. Interessante il fatto che lo studio non esamina gli effetti della sostituzione dei grassi saturi con quelli polinsaturi. Studi clinici randomizzati indicano che mentre sostituire grassi saturi > carboidrati non produce effetti, grassi saturi > polinsaturi riduce il rischio di problemi cardiovascolari in maniera significativa.

Vero anche questo, abbiamo a disposizione degli studi secondo cui:

  1. scambiare i grassi saturi con quelli polinsaturi pare una buona idea,
  2. i grassi trans paiono complessivamente dannosi.

Se no trovano tuttavia altrettanti secondo cui:

  1. solo i grassi trans industriali (vedi la margarina), ma non quelli derivati dai ruminanti, sono potenzialmente pericolosi,
  2. relativamente agli altri due tipi, “i dati attuali non supportano linee guida che incoraggino un forte consumo di PUFA (polinsaturi) e uno basso di SFA (saturi) totali.” e l’associazione che emerge tra acidi grassi individuali in circolazione e coronaropatie è eterogenea.

Interessante il fatto che ad Harvard hanno pensato di ricordare solo l’esistenza dei lavori del primo tipo e ignorare gli altri. Inoltre, dopo avere accusato gli autori del PURE di “analisi incomplete” sono caduti nello stesso comportamento parlando di “saturi” e “polinsaturi” come fossero blocchi indivisibili, mentre abbiamo ricordato più sopra che l’olio di cocco, 100g di grassi su 100g di prodotto, 87% saturi, ha mostrato di avere effetti benefici per la nostra salute. Sarà forse perché non solo “Diversi tipi di carboidrati hanno effetti diversi sulla salute” bensì anche diversi tipi e diverse combinazioni di acidi grassi contenuti in proporzioni diverse nei cibi?

  • Affidabilità dei dati sul consumo alimentare. Per i partecipanti cinesi (che costituiscono quasi un terzo della popolazione totale dello studio) il consumo totale medio di grassi segnalato è pari al 17,7% delle calorie totali, tuttavia, altre ricerche [condotte] in Cina indicano un consumo medio intorno al 30%. Una simile discrepanza lascia stupiti, dal momento che sia nello studio PURE sia in altri sono stati utilizzati questionari alimentari simili.

Vero, i questionari alimentari, essendo auto-compilati, possono facilmente rappresentare l’idea che il singolo ha della propria alimentazione, più o meno oscillante rispetto alla realtà, oppure l’immagine che si vuole dare di sé, fino a situazioni paradossalicome ricordavo qualche tempo fa:

Per le analisi del presente studio abbiamo escluso gli individui più giovani di 20 anni o più anziani di 79 al momento del reclutamento (nr=532), quelli che non hanno completato il questionario di frequenza o il cui introito energetico giornaliero si collocava al di fuori di valori realistici (per gli uomini < 3,3 MJ[circa 788kcal n.d.r.] o > 16,7 MJ[3.991kcal], per le donne < 2,1 MJ[500kcal] o > 14,7 MJ[3.510kcal]) o ancora quelli che non hanno completato oltre il 20% della frequenza dei cibi rilevanti (nr=9.304), e 71 partecipanti sprovvisti di un gruppo alimentare definito, [il che ci ha] lasciato una base dati finale pari a 12.666 maschi e 42.838 femmine.

La somma di 12.666 e 42.838 ci dà 55.504, in un gruppo iniziale pari a 65.000, ovvero oltre 9.000 in meno, ovvero il 13,8% che è una cifra affatto irrilevante, e inoltre rappresenta solo le persone definitivamente escluse e non ci dice nulla delle possibili deviazioni sicuramente presenti, ma non talmente gravi da apparire inverosimili, nei dati della porzione rimanente. D’altronde, i nostri bravi questionari di frequenza vengono utilizzati in tutti i lavori di questa tipologia, e dunque se non ne viene messa in discussione la validità quando si vogliono associare le celebri 5 porzioni di frutta e verdura alla salubrità a rigor di logica non dovrebbe succedere nemmeno trattando i latticini. Solo a rigor di logica, a quanto pare, dato che come abbiamo appena visto “Il messaggio principale relativamente ai consigli nutrizionali non è cambiato” nonostante sia basato sulle stesse informazioni auto-fornite.

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oltre a essere inversamente correlati alla mortalità e ai problemi cardiovascolari i latticini rappresentano la conversione di tonnellate di materia per noi non commestibile in cibo altamente nutriente [fonte: sito FAO]

In sostanza, la “scienza” medico-alimentare ufficiale ha ormai preso una posizione, i cui assiomi sono altamente discutibili, e non intende accettare di potersi essere sbagliata. Le grandi organizzazioni e associazioni hanno stabilito il messaggio, e quando le evidenze non combaciano devono trovare qualunque appiglio possa screditarle. Ufficialmente, i latticini contengono i nutrienti cattivi, quindi essi stessi sono cattivi, quindi vanno limitati, benché negli ultimi 10 anni siano uscite almeno 4 meta-analisi secondo cui l’associazione tra i grassi saturi e diversi problemi di salute a essi tradizionalmente ascritti è inesistente o molto bassa. Lo studio PURE va nella stessa direzione e anche un passo oltre, e perciò è imperativo opporvisi con ogni mezzo.

Ma per quanto durerà? Prima o poi chi si definisce scienziato incomincia a sentire il peso dei dati, e se questi ultimi gravano troppo allora finisce per spezzarsi se. Abbiamo già visto succedere qualcosa di simile, in effetti, passato sotto un mezzo silenzio mediatico, peraltro comprensibile: se, dopo decenni di propaganda anti-grassi, anti-colesterolo, anti-scientifica, il dietrofront iniziato con le linee-guida americane pubblicate nel 2015 fosse stato pubblicizzato in lungo e in largo, come d’altronde l’evento meritava, la gran parte delle associazioni mediche mondiali ci avrebbe perso la faccia. Brevemente, dalle indicazioni tradizionali sono stati rimossi il limite sia ai grassi totali sia al (pericolosissimo) colesterolo assunti con l’alimentazione! Cito per i primi:

Stabilire un limite per il consumo totale dei grassi non ha basi scientifiche e conduce a ogni genere di decisioni sbagliate da parte delle industrie e dei consumatori […] molti cibi a ridotto contenuto di grassi (low-fat), come certe carni deli, condimenti per insalata senza grassi, patatine fritte, non sono meglio e anzi spesso rappresentano alternative peggiori degli equivalenti a contenuto di grassi intero (full-fat). È il cibo quello che conta, non il contenuto in grassi.[3]

E per quanto riguarda il secondo, lo ha dovuto menzionare la stessa Harvard:

La raccomandazione del 2010 di limitare il consumo di colesterolo a 300mg al giorno non compare nella versione del 2015.[4]

In definitiva, non fidatevi della “scienza” ufficiale. Usatela come un’indicazione di massima da cui partire, tuffarvi nel materiale disponibili per le vostre ricerche personali. Non esiste altra strada che porti alla conoscenza della propria salute, del proprio organismo, del carburante ottimale da fornirgli.

[l’Umano]



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[1] qui

[2] qui 02:10 – 04:35, trascrivo qui sotto per comodità

Volevo farmi un’idea di che genere di evidenze esistano in supporto della coppia verdura e salute, e così ciò che ho fatto è stato andare su PubMed, e, per coloro che non lo sanno è un motore di ricerca, e, ci sono più di 80.000 studi sulla verdura per cui ovviamente non potevo passarli tutti in rassegna, uh, ho ridotto il tutto agli studi caso-controllo randomizzati relativi alla verdura e alla salute, e uso la parola “salute” perché, delle due, potrebbe produrre una distorsione positiva. Quindi, cercavo delle evidenze a supporto della verdura. E dunque, purtroppo la maggior parte di questi studi ho dovuto eliminarli perché una grossa fetta era irrilevante per la questione. Per la maggior parte trattano di come far sì che la gente ne mangi di più, non se sia salutare o meno. Quindi, e di quelli che rimanevano 18 erano negativi, gli autori cercavano dei benefici per la salute e non hanno trovato ciò che speravano. E come potete notare qui, un altro problema con gli studi sulla verdura è che la grande maggioranza non riguarda solo quella ma la frutta e la verdura. Si tratta di cose molto diverse, uh, dal punto di vista della pianta, e dal nostro punto di vista, sono proprio creature completamente diverse. Per cui, difficile a dirsi. Allora, negli studi positivi, ne ho trovati 10, ma purtroppo nessuno di questi ha controllato i carboidrati raffinati. È molto difficile dire se i benefici che gli autori affermano siano dovuti alla verdura non vengano invece dal fatto che chi mangiava più frutta e verdura mangiava anche meno carboidrati raffinati. E, in altri 10 studi positivi purtroppo hanno manipolato più di una variabile, non hanno solo aggiunto della verdura all’alimentazione delle persone ma hanno anche ridotto il sodio, o i grassi saturi, oppure, uh, aggiunto porzioni extra, per cui è difficile dire quale parte della dieta o dell’intervento fosse responsabile dei benefici per la salute. Non sto dicendo che non può essere stata la verdura, perché è possibile, solo, non possiamo dirlo a causa del modo in cui sono stati progettati gli studi. Perciò la domanda è, se la verdura ci faccia realmente bene o meno oppure se siamo noi che lo crediamo o vogliamo crederlo.

I wanted to get a feel for what kinds of evidence is out there supporting vegetables and health, and so what I did is I went on PubMed and, which is a search engine for those who don’t know, and, there are over 80.000 studies about vegetables, so I obviously couldn’t go though all of those, uh, narrowed them down to randomized controlled studies having to do with vegetables and health, and I use the word “health” because if anything that might induce a positive bias. So, I was looking for evidence to support vegetables. And so, unfortunately most of these studies I had to eliminate, uh from the consideration because most of them were irrelevant to the question. The vast majority of studies about vegetables were about how to get people to eat more of them, not about whether or not they are actually healthy. So, and of the studies that remained 18 of them were negative, the investigators were looking for health benefits from vegetables and they didn’t find what they were hoping to see. And as you might notice here, another problem with vegetables studies is that the vast majority of vegetables studies are not studies of vegetables, they are studies of fruits and vegetables. Fruits and vegetables are very different, uh, from a plant point of view, and from our point of view, they’re just completely different creatures. So, hard to say. So, in the positive studies, I found ten positive studies, but unfortunately none of them controlled for refined carbohydrates. It’s very hard to say whether or not health benefits that the investigators claimed were due to the vegetables, were due to the vegetables or whether they were due to the fact that the people who were eating more fruits and vegetables were eating less refined carbohydrates. And, 10 other positive studies unfortunately manipulated more than one variable, so they didn’t just add vegetables to people’s diets they also happened to reduce sodium, or reduce saturated fat, or, uh, add extra size etc so it’s hard to tell which part of the diet or of the intervention was responsible for the health benefits. I’m not saying that the vegetables couldn’t have been responsible, cause they could’ve been, we just can’t tell because of the way the studies were designed. So the question is, are vegetables actually good for us or not or do we just believe or want to believe that they’re good for us.

[3] Dietary Guidelines for Americans Shouldn’t Place Limits on Total Fat

 (Le linee-guida americane non dovrebbero stabilire un limite ai grassi totali), cito:

Stabilire un limite per il consumo totale dei grassi non ha basi scientifiche e conduce a ogni genere di decisioni sbagliate da parte delle industrie e dei consumatori […] molti cibi a ridotto contenuto di grassi (low-fat), come certe carni deli, condimenti per insalata senza grassi, patatine fritte, non sono meglio e anzi spesso rappresentano alternative peggiori degli equivalenti a contenuto di grassi intero (full-fat). È il cibo quello che conta, non il contenuto in grassi.

[4] D’altronde, il lupo perde il pelo ma non il vizio e gli “esperti” dovevano cercare in qualche modo di salvare la faccia dicendo:

[…] questo cambiamento non significa che il colesterolo alimentare non sia più da considerare importante nella creazione di uno stile alimentare salutare. Come raccomandato dall’IOM, se ne dovrebbe consumare il meno possibile all’interno della propria alimentazione.

Qualunque idiota capirebbe che ciò va in senso esattamente contrario alla rimozione di un limite superiore; inoltre, non tiene conto di quanti dati si accumulano a mostrare come in realtà anche a fronte di un consumo tradizionalmente considerato eccessivo di cibi ricchi in colesterolo (ad es. 3 uova/giorno) si alzino sì i livelli di HDL e LDL ma non il rapporto tra i due, “indicatore chiave di problemi cardiaci”, giacché il nostro corpo ne riduce automaticamente la sintesi.

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